Martino Rossi. Il disegno, personalissimo, di un abbraccio.
La ricerca dettaglio. Martino Rossi.
Le tue illustrazioni hanno un segno molto riconoscibile. Quand’è nata questa tua passione per il disegno?
È di famiglia. Mio papà è un pittore che fa l’assicuratore, la pittura insieme alla musica sono il suo grande hobby, mio zio invece è un architetto, lo ha fatto per anni, ed ora insegna. Io da piccolino lo ho sempre visto fare, la cosa mi è piaciuta ed ho continuato. Poi, studiando ho scoperto che esistevano altri approcci al foglio di carta, non per forza accademici. Ed ho continuato così. Non so dire un momento preciso per la verità in cui è scattata una scintilla. Tante volte mi sono espresso meglio con le immagini che con altri strumenti.
Ne sono convinto, è la forza e la bellezza dell’immagine. Ma tornando a te. Qual’è stata la tua esperienza scolastica?
Disegnavo moltissimo al liceo. Non ho fatto scuole d’arte, e forse è stato per questo che mi sono appassionato. Ero «quello in fondo» che disegna. Ho tanti ricordi di quel periodo, mi ricordo che c’era un gruppetto della classe che stava sempre in fondo insieme a me, ci eravamo nominati «la curva sud». Avevo un’amico accanto che disegnava macchine dalla mattina alla sera, e io disegnavo elfi draghi e omini che pattinavano. Anche se forse avrei dovuto fare la scuola d’arte o qualcosa di simile, penso che il liceo scientifico mi abbia aiutato molto di più, paradossalmente, a trovare la mia via alla comunicazione.
«Non ho fatto scuole d’arte, e forse è stato per questo che mi sono appassionato. Ero «quello in fondo» che disegna.»
Chi o cosa ti ha influenzato di più nella fase iniziale della tua «carriera»?
Quello che mi ha fatto partire è stata la musica. Specialmente i Muse, i Radiohead ed i Police. Non sto parlando delle copertine dei loro dischi, ma delle canzoni in particolare. Ho iniziato a disegnare illustrazioni che fanno sognare, che invitano ad entrare in un mondo e questo grazie alle canzoni che ascoltavo. Poi al primo anno accademico Iuav con i ragazzi ho visitato una mostra di Keith Haring alla triennale di Milano. Vedendo le sue architetture ironiche di omini alle prese con i problemi della società di oggi, ho iniziato ad apprezzare un tipo di segno che faccia ridere, o almeno sorridere, chi guarda, e contemporaneamente pensare. Ogni volta ha saputo interessarmi, ha saputo combattere i problemi di oggi con poche metafore ironiche. Lo stimo molto. Poi Andy Rementer, con Techno Tuesday, un inserto a vignette illustrate che inizialmente pubblicava nel blog di Fabrica. Riguarda il rapporto tra le persone e la tecnologia di venerdì. Così ho capito che dovevo smetterla di disegnare i draghi e gli elfi, e mi sono messo a fare omini stupidi anche io, piccoli o giganti non importa, basta che riassumessero una condizione umana nel loro stare in un foglio. A dire la verità ogni tanto di draghi ed elfi (illustrazioni che fanno sognare) ne faccio ancora, ma sto cercando ultimamente di cambiare rotta…
Non ho mai visto i tuoi elfi, ma di certo stimo la tua produzione di «omini stupidi»¹! Di cosa ti occupi ora? Qual’è il tuo lavoro? Quali le tue passioni?
Ora faccio il grafico, come desideravo fare. Sto seguendo anche un corso di laurea specialistica, ma recentemente ho deciso di bloccarmi con l’università , per ora. Faccio fatica a saltare da un problema all’altro ed ho capito che per la mia persona è meglio fare una cosa, e farla bene. Conto di lavorare un pò, poi riprendere le lezioni e chiudere il corso concentrato su di un problema. Facendo il grafico ho disegnato molto meno, o meglio sono venuto a contatto con una tipologia diversa di illustrazioni, molto più rapide e genuine da fare che i miei pezzi lavorati, che essenzialmente accompagnano i progetti grafici e non fanno la voce grossa. È molto facile farle, e le trovo divertenti, anche se sono convinto che ogni tanto il pezzo d’autore rimanga una buona scelta.
Parlando di passioni, riconosco come cinque anni fa (ho ventitre anni) ne avevo molte di più. Quello che essenzialmente è scomparso sono i mitici giochi in cui si parla appunto di draghi ed elfi (anche se li rimpiango molte volte, era bellissimo inventarsi le storie in D&D!), quello che è rimasto invece evidentemente doveva rimanere, per aiutarmi nella vita: suonare in un gruppo (la musica: che per me più che altro è suonare in un gruppo appunto), e skateare, un altro modo di stare in un gruppo e condividere i problemi insieme. Sono un tipo che tende a isolarsi, un lupo solitario, e stare insieme con gli amici per me è fondamentale. Aiutarli, vivere esperienze insieme.
Hai mai cercato di promuoverti attraverso progetti indipendenti?
Si ho cercato e sinceramente funziona come idea. Ti permette di lavorare a progetti in cui credi di persona. Ci sono altri progetti in cui sei di aiuto o di servizio, ma solitamente nei progetti indipendenti riesci a dire quello che hai sempre voluto. Se devo essere sincero, prima di lavorare in uno studio, la maggior parte dei miei lavori sono stati progetti indipendenti: il secondo lavoro per cui sono stato pagato era un manifesto autoriale, al quale ne sono seguiti poi altri. Poi magliette di tutti i tipi. Ho sempre interpretato una T-shirt come il metodo più veloce per comunicare un messaggio sempre e dovunque, indossandola di persona. Infine fanzine: recentemente ho partecipato con altri illustratori ad una rivista monotematica (sul tema della crisi) che verrà realizzata dallo studio iknoki. Il progetto si chiama Krisis, ed ho preparato una serie di tre tavole nella quale impersono la crisi nei miei omoni giganti, che vengono a distruggere il mondo, a prendere gli uomini e controllarli! Ad ognuno libera interpretazione di cosa siano e dove stiano questi omoni nella nostra vita quotidiana.
So che hai suonato nei The Jar e che per loro hai realizzato delle illustrazioni. Raccontami com’è nata quest’esperienza musicale e poi grafica. Cosa c’era dietro quelle illustrazioni?
Il gruppo è nato dalla comune passione per la musica, alla tenera età di quindici anni, in un’esperienza continuativa sino ai 22 anni di ciascun componente della band. Il gruppo prima dell’arrivo mio e del secondo chitarrista esisteva già , in una dimensione liceale, ma il primo batterista li aveva lasciati. Siamo subentrati noi, io e Riccardo, così ci siamo messi a scrivere nuovi pezzi ed organizzare date. Le ispirazioni comuni erano Muse, Red Hot Chili Peppers, Radiohead: un tipo di musica molto immaginifica, che porta la persona al sogno, all’immaginazione. Di riflesso infatti, tutto il materiale illustrativo prodotto da me è scaturito per passione la sera, anche la notte a volte, cercando di riflettere con il colore e le forme lo stile dei nostri pezzi. Sostanzialmente non ho mai comunicato niente di chiaro con queste illustrazioni, ma ho aiutato a costruire un mondo, uno stile, l’importante poi era il concerto live, erano i pezzi. Magliette, copertine per demo e locandine di conseguenza. Se c’è una cosa che ho sempre cercato di dire forse, era il fatto che eravamo insieme, in cinque, o quattro in seguito come siamo rimasti: più o meno tutte le illustrazioni realizzate per i The Jar raccontano questo, cinque persone insieme, unite da uno stile arabesco e sognatore.
Se tu dovessi creare l’immagine di un album musicale a quali album ti ispireresti?
Una volta forse mi sarei tenuto stretto Stanley Donwood, con la cover «Hail To The Thief», «KidA», «Saturday», tutti dischi dei Radiohead. Ora penso di aver cambiato rotta. Ricordo il genio di Jamie Hewlett ed il lavoro per i Gorillaz, «Demon Days» incluso, e mi sta vicino anche Trevor Jackson, il quale ha realizzato le copertine per i Soulwax. Forse il CD più bello che posso aver vicino, in merito anche al titolo dell’album, è «Unknown Pleasures» dei Joy Division, perché Peter Saville con un segno solo rende il piacere con il vibrare delle linee a pino, pezzo d’autore. Forse sempre di Peter e sempre per i Joy Division, guarderei per contro a «Closer», di stile completamente opposto. E Mike Mills con le illustrazioni realizzate per i Beastie Boys («Quadraphonic Stereo» tour)? Infine le batte tutte «Waiting for the Siren’s Call» dei New Order, uscito nel 2005, semplice e nullo. Si insomma non è che abbia le idee molto chiare.. ma penso che vorrei riprodurre a mano un processo semplice, che sia una cosa sola, e incredibilmente stupida da fare, non breve, dico stupida.
«Forse il CD più bello che posso aver vicino, in merito anche al titolo dell’album, è «Unknown Pleasures» dei Joy Division»
Cambiando argomento, so che i tuoi quaderni degli appunti sono pieni di disegni molto curati. Mediamente quanto tempo dedichi ad un tuo disegno?
Beh… dedico molto tempo ad un disegno. Onestamente sono cambiati anche i miei quaderni. Nei primi mi ero scatenato, ora tengo molto a collezionare tutto, ma sono molto più multiformi e meno inscatolati, diciamo che li riempio di spunti o idee. Comunque i primi li pensavo come degli scrigni, delle sorprese scoppiettanti. Il fatto è che ora cerco di dedicare la maggior parte del tempo al progetto in sé, perché tempo per l’esercizio manuale ne ho sempre meno e allora cerco di focalizzarmi sul problema. Parlando delle illustrazioni, a spanne per una tavola mi va via un pomeriggio. Ma il tempo non corre onestamente nel realizzarla, ma nel scegliere l’idea e lo stile. Ecco lo so che è pericoloso da dire per noi forse, ma personalmente mi incasino a scegliere, sono figlio della cultura globale, di internet e della massificazione della vendita al supermercato, e non ho mai un occhio che si fissi su di un punto. Il tempo mi scappa a scegliere. A volte devo fare anche tre o quattro proposte di idea completamente diversa, prima di capire quale funziona. Le abbozzo almeno, poi butto via tre fogli e ne lascio uno, quello che a pelle ci andava. E allora se è un disegno inizia la matita, poi cancello con il pane, e ripasso a penna (bianco e nero) o a china.
Ed in tutto questo processo cosa prediligi, cioè cos’è importante per te in un’illustrazione?
Eccola qui la domanda da kilo… me l’aspettavo e spero di risponderti. Effettivamente è banale da dire, ma l’importante è comunicare. Andiamo un pò più nello specifico: non credo che il messaggio contenuto in un’illustrazione sia per forza concettuale, di contenuto, di significato intuitivo (ad esempio una metafora, o un’azione, o una frase). Sono convinto che a volte si può comunicare lo stesso contenuto formalmente: esiste una forma che semplicemente fa ridere. E quindi penso che un illustratore può scegliere, a volte comunica un messaggio diretto, a volte è nascosto tra le linee, ma forse per questo più interessante. Ultimamente, comunque, per me un’illustrazione deve far ridere la gente, anche se magari ci hai messo una vita a farla. Cerco di costruire degli assurdi: fare un disegno monumentale per provocare una risata, come se fosse un inno serissimo… allo stupidità , al sorriso, alle piccole cose.
Ok, risposta corretta! Ora racconta: quale lavoro personale/commissione ti rappresenta di più? Di quale sei più orgoglioso?
Il lavoro che più mi rappresenta è un manifesto autoriale che ho realizzato nel 2006 mentre ero al triennio al Cladis (IUAV), che rappresenta un abbraccio di due omoni. È successo che un mio professore me lo ha commissionato, gli piacevano i lavori che avevo realizzato, e un giorno mi ha preso in disparte e mi ha chiesto di realizzargli un manifesto. Tema? nessuno, quello che vuoi. Ero emozionato per il fatto che me lo aveva chiesto, che mi aveva dato fiducia, e che aspettava un disegno. Allora ho ben pensato di fare un qualcosa di sensato. Ed ho disegnato un abbraccio. Ne sono innamorato perché a distanza di anni mi rappresenta completamente. Oltre ad aver consolidato un mio stile di disegno, che era partito da un’idea formale trovata durante il corso di Giorgio Camuffo sempre al Cladis, ha un che di grosso. In pratica è un grosso grassissimo lardoso monumento all’amore. Questo era il mio messaggio. In quel manifesto rivedo l’abbraccio che io e Giovanna ci siamo dati ad Abano Terme due giorni prima che il professore mi commissionasse il lavoro, rivedo il senso della mia vita che è amare. E questa se vuoi è la parte seria della storia. Il fatto è che lo stile lo riporta a qualcosa di incredibilmente stupido, due omoni ciccioni, giganteschi, e cartapestosi. È stato lunghissimo da realizzare. E l’equivalenza è quanto più stupida tu la puoi pensare: più grandi e ciccioni sono i due, così è importante l’amore per me. Cioè in pratica ci ho messo una vita a dire una cazzata: ama.
Quanto e come influisce la tua esperienza come grafico ed amante della tipografia sul modo di fare illustrazioni?
La mia tesi di laurea è stato realizzare un font dall’inizio alla fine. L’idea nella tipografia è importante anzi è centrale. È il nome e l’aspetto e l’essenza del carattere che fai. Ma poi lo «sbatti» è veramente lungo, molto più che altri tipi di lavori. Parlo del realizzare un font professionalmente, bastano anche due o tre pesi, ma preparato per essere letto in varie grandezze dagli schermi, e con tutti i glifi. Ecco la tipografia mi influenza nel disegno (forse per alcuni negativamente, e forse hanno ragione a volte) per il fatto che sono un maledetto precisino. La grafica invece la lego più alla prima parte della realizzazione di un font: l’idea. Penso che oggi come oggi di tecnico nel lavoro del grafico ci sia veramente molto molto meno che in altre mansioni. E invece il processo difficile è scegliere l’idea. Quale immagine costruisco, perchè?
«Penso che oggi come oggi di tecnico nel lavoro del grafico ci sia veramente molto molto meno che in altre mansioni. E invece il processo difficile è scegliere l’idea. Quale immagine costruisco, perchè?»
Chi ammiri per il suo modo di fare illustrazione?
Un pò di gente: Andy Rementer woah, Cento Canesio yup, Genevieve Gauckler yep, Giorgio Camuffo mr.Offu, Alex Trochut superiper, Blu flllshrrrch, gli Eboy pitpitpit, Faile ssbam, Alex J. Purdy ahahah, Koes bump, Shepard Fairey yeah, Martin Cole the ultimate illustrator, Parra discodisco, Matt Furie frrrrrr, James Jarvis il mago, Shoboshobo shobo, Marco Kleifisch bam, Dan Perjiovschi yes, George Grosz stic, …e Deva (naturalmente).
Naturalmente! Ahah.
Direi che abbiamo detto tutto o quasi. Per concludere, come vedi il presente dell’illustrazione in Veneto?
Lo vedo in crescita per quanto riguarda il piccolo mercato indipendente, le feste, gli amici, le piccole cose (e questo mi piace molto). In sempre più occasioni viene apprezzato un disegno a mano, perché richiama un metodo del fare artigianale, avulso dalla tecnologia e dalla serialità . Invece lo vedo spacciato per quanto riguarda i grandi numeri, il lavoro professionale. Non c’è niente da dire, questa è la mia esperienza almeno: si preferisce sempre più spesso la fotografia scenica e costruita, oppure il freddo vettore. Dico questo con una certa speranza nel cuore: che torniamo, ogni tanto, a preferire un disegno, una linea imperfetta ed emotiva, ad una curva geometrica.
Grazie per il tempo che mi hai dedicato.
In bocca al lupo per tutti i tuoi progetti!

Una pagina dei tanti quaderni che Martino ha riempito con i suoi disegni. Uno sfogo e un passatempo contemporaneamente consumato tra i banchi di scuola.

Una grafica ideata per i The Jar, il gruppo in cui Martino ha suonato e per cui ha realizzato diverse tavole. Un’immagine che si lega al gruppo dandogli una fortissima identità visiva.

Un’illustrazione commissionata durante il triennio allo IUAV. L’illustrazione che, dice lui stesso, meglio lo rappresenta.




